CELLULE

 

Ad ognuno

subito

 

il suo bagaglio

nascondiglio

camera oscura

ripostiglio segreto

labirinto solitario

 

dove a poco a poco

deporre

numerose

le cellule morte

della sua scorza

 

incrostazioni

scarti

peccati

rifiuti

altri residui

 

del suo terrestre corso

che senza quei pozzi fondi

ove poterli buttare

sprofonderebbe

sotto un peso

 

dio grave densità

d'intensa gravità.

 

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Pesci rosa e lisci

senza lische né scaglie

nel mio grembo guizzati

una notte di luna

 

pinne minute dita

bussando all'improvviso

alle tese pareti

della conca profonda

 

alghe del mio giardino

seminate in segreto

tale dono imprevisto

all'ombra del mio seno

 

viaggiatori diretti

ormai senza ritorno

a varcare il Cap Horn

di mari sconosciuti

 

al tocco di primavera

a mezzanotte estiva

con forza proiettati

voi foste nella luce

 

fuori dall'antro chioccia

con grida lacrime

nel sangue d'una madre

e del mare il sale

 

a voi soli ormai

 

la sbarra

il timone

la bussola

le stelle

 

per una scia unica

solitaria avventura

dell'ancora da lama

reciso il cordame.

Archi sospesi

d'un ponte imprevedibile

frecce sparpagliate

dall'ignoto percorso

 

impreviste o banali

temute forse sperate

alcune scadenze

sulla schiena dei giorni

 

a cavallino giocano

 

pulci insopportabili

che sulla pelle lasciano

il rigonfio osceno

d'un avido morso

 

e fedeli punteggiano

la strana partizione

da ampia sinfonia

a mesto ritornello.

 

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Del più o meno breve intervallo

tra un punto interrogativo

e un altro punto interrogativo

 

qual è il più bizzarro

l'intervallo

nostra strana presenza

 

la nostra lunga assenza

passata

e futura

 

ad intervalli me lo chiedo

ma fino alla fine del giorno

ostinato rimane

 

il punto interrogativo.

CINQUE + CINQ

 

A volte ci si pente

di una cosa fatta,

un parola detta,

un pensiero sbocciato.

Troppo tardi ormai.

 

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Piccole schegge stupide,

meschine, perfide,

infilate per sbaglio

all'arrivo trovate

in fondo al bagaglio.

 

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Niente di più labile

di un pensiero

che viene,

si trasforma

e se ne va.

 

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Una goccia, misera goccia,

la somma di quanto so,

nell'oceano immenso

di quanto so

di non sapere.

 

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Che sia distanza, intervallo,

o muraglia, trasparente frontiera,

sempre si frappone tra le cose

nude e lo sguardo su di loro,

una frattura, a corromperne il gusto.

 

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E' nella stessa lingua

comunque, sempre, che

senza saperlo,

piangono

i neonati.

 

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Nel giardino del non detto

striscia, malefico,

il malinteso,

sotto la maschera

stampata del sorriso.

 

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Sui sentieri del mondo

anonime, s'aggirano

pietose ombre,

il cui passo leggero

nessun impronta lascia.

 

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Invece di esporre

il fondo del pensiero,

più spesso le parole

girandone intorno,

lo nascondono.

 

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Ai ladri di sguardi

non occorrono specchi,

che narcisi

si mirano

in laghi d'iride.

© 2015 by Edith de Hody Dzieduszycka

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